Abituati ad una concezione moderna, pratica e comoda del nostro modo di vivere, diventa davvero difficile immaginare una vita quotidiana in luoghi come Lucchio, paesino abbarbicato sul costone scosceso di un monte a ridosso del corso del torrente Lima, nella parte alta della lucchesia a confine con la montagna Pistoiese.

Questa sua collocazione ardua all’occhio del passante rimane a dir poco nascosta, percorrendo la statale 12 del Brennero provenendo da Lucca è praticamente impossibile scorgerlo, mentre provenendo dall’’Abetone lo si può intravedere soltanto per un breve tratto elevando totalmente la vista al cielo. In quel momento appare quasi come un luogo irreale, lo sguardo rimane colpito mentre la mente fatica a razionalizzare come quel manipolo di case possano restare ferme al loro posto invece di cader giù fino alle sponde del fiume, sembra quasi che le fondamenta delle case in alto abbiano luogo sui tetti di quelle sottostanti!

Da questo punto di vista appare ovvio il detto diffuso da queste parti, secondo il quale le galline sarebbero fornite di sacchetto “al culo” per evitare che le uova appena depositate rotolino fino a valle…

 

 

In località Tana Termini, dopo 4 Km da Popiglio provenendo dall’Abetone, si scorgono sulla sinistra delle cave di pietra all’apparenza dismesse, uno stretto ponte permette di attraversare il torrente Lima che scorre nell’omonima stretta vallata fino a congiungersi col fiume Serchio, si passa sotto le cave e da questo punto 7 km di strada stretta e irta (quanto suggestiva) conduce alla parte alta del paese, dove ad accogliere i visitatori c’è una bella fontana seicentesca eretta sopra un’antica sorgente, la fontana è fornita di vasca, probabilmente usata dalle massaie del paese per il bucato.

 

 

Il fatto che questa sia stata per il borgo l’unico approvvigionamento di acqua fino agli anni ’30 la dice lunga sulle difficoltà affrontate dagli abitanti di Lucchio.
Parcheggiata la moto sotto una roccia pendente dalla parete del monte, subito lo sguardo viene catturato dall’appuntito conglomerato di scogli che domina il paese, alla sommità dei quali si scorgono a fatica i ruderi dell’antica rocca.
Incamminandosi nelle viuzze del paese appare chiaro il motivo dell’aspetto esteriore dell’abitato, le case nascono ovviamente non sui tetti di quelle sottostanti come la suggestione iniziale indica, ma negli stretti ritagli di spazio che rimangono tra le strade/sentieri che tagliano la costa del monte, i quali discendono in un fitto zig zag fino alla parte bassa de paese.

 

 

Passare per questi vicoli sarebbe impossibile con un mezzo a motore, si pensi che chi decide di ristrutturare una di queste abitazioni è costretto a procurarsi un asino per il trasporto dei materiali, unico metodo alternativo alle braccia.
Nonostante le due chiese e le molte abitazioni presenti attualmente è minimo il numero degli abitanti, pochissime decine nel periodo invernale, mentre come spesso succede in luoghi come questo in estate il paese si rianima, culminando le proprie attività nella festa a tema medioevale che si svolge a metà agosto.

 

 

Interessanti anche le visite organizzate agli antichi mulini ad acqua che si trovano a valle nel fitto del bosco, grazie al recupero dei sentieri usati per raggiungerli.

 


Una cosa su tutte sorprende camminando tra queste case, qua è veramente come se il tempo si fosse fermato almeno a 100 anni fa, se si escludono le poche case ristrutturate recentemente il resto del paese vive in un affascinante limbo temporale, stato di grazia scampato alla modernizzazione del dopoguerra che ci consegna un paese conservato miracolosamente intatto nel suo impianto medioevale e nella vita degli inizi del secolo scorso.

 

 

Affacciandosi alla finestra rotta di un’abitazione disabitata almeno dall’‘800 si scorgono tratti della vita di allora, una carrozzina, un letto in ferro, un pitale, il caminetto con le vecchie pentole che si salvano a stento dalla caduta del solaio soprastante, mentre dal piano superiore si scorge una porta aperta su di una stanza da letto che non c’è più.

 

 

Alcune abitazioni offrono la vista dei propri giardini, ormai decaduti, alla guardia dei quali cancelli aperti non impediscono una visita più approfondita.

 

 

Su una delle abitazioni affissa sulla porta c’è una targa in latta a ricordare che secondo una disposizione ministeriale del 1928 l’abitazione fu sottoposta a disinfezione, visto che probabilmente già all’epoca era un rudere disabitato.

 

 

Salendo per il dedalo di sentieri si arriva alla parte alta del paese dalla quale parte il tracciato ricavato tra le rocce che conduce alla rocca, situata poche decine di metri più in alto.

Le origini del castello sono avvolte da molte leggende, non è ben chiaro se sia stato fondato in epoca romana o addirittura per volontà della Contessa Matilde di Canossa di cui abbiamo tracce nella vicina Limano, oppure se fosse la roccaforte di una delle famiglie locali, o addirittura sorto come insediamento longobardo.

Quel che è certo è che il paese sottostante è sicuramente sorto a causa della rocca, per ospitare forse le persone deputate alla costruzione e alla conservazione oppure i soldati del fortilizio.

Notizie certe si iniziano ad avere intorno al 1300, quando la repubblica di Lucca decreta il restauro della rocca, vista l’importante posizione strategica.

 

 

Innumerevoli i tentativi da parte dell’esercito fiorentino di espugnare questo luogo di fondamentale importanza per il dominio delle vallate sottostanti, durante uno di questi tentativi nasce la leggenda (fondata su un fatto realmente accaduto) delle eroine di Lucchio, due sorelle grazie alla cui astuzia fu sventato un tentativo di invasione perpetrato grazie al tradimento del vicario Gasparro, corrotto da Francesco Sforza.

Il borgo successivamente cadde in mani fiorentine, ma durante il seicento incominciò a perdere interesse logistico e di conseguenza incominciò un lento declino che culminò col disfacimento da parte degli abitanti del luogo che utilizzarono le pietre della rocca per edificare le abitazioni sottostanti, come si può ancora notare in alcune case del borgo che presentano alcuni particolari di recupero.

 


Arrivati in vetta si entra all’interno delle poche mura rimaste erette a testimonianza di ciò che fu, quasi fossero ormai solo il prolungamento naturale delle rocce sulle quali poggiano e delle quali seguono il perimetro.

Affacciandosi sia sul lato del paese che sugli altri tre lati si può godere di un panorama a trecentosessanta gradi della vallata sottostante e delle catene montuose circostanti, capeggiate dal monte Penna di Lucchio ma anche buona parte dell’Appennino tosco emiliano con il Balzo Nero e delle Alpi Apuane .

Il colpo d’occhio è a dir poco impressionante, sia per la vastità delle terre dominate con lo sguardo sia per il vertiginoso balzo che di colpo porta l’occhio a fondovalle dove scorre la Lima costeggiata dalla statale dell’Abetone e Brennero, già antica via di comunicazione tra Lucca e Modena, costellata dai vari paesi vicini, da San Marcello a Popiglio a Limano e via dicendo, pochi altri luoghi offrono un’emozione così intensa e inaspettata.

 

 

Appare subito chiaro come mai si decise di edificare in un luogo così impervio, certamente chi era in possesso di questo punto di vista aveva il dominio indiscusso sulle terre circostanti e una posizione difficilmente attaccabile.
Ritornando verso la moto mi lascio ammaliare da una bancarella di fortuna dove una giovane ragazza mi offre il formaggio prodotto dai pastori locali, una vera squisitezza che non mancherò di riportare a casa.

 

 


Proprio per raggiungere casa si apre un’interessante alternativa alla classica strada regionale 66 che da San Marcello conduce a Pistoia, un gentile signore del posto mi indica la strada sterrata che tramite Croce a Veglia passa sotto la Penna di Lucchio e porta a Stiappa, sopra Pescia, la tentazione è forte ma devo desistere per i timori della mia passeggera, poco male, sarà una scusa per una nuova visita a questo magico posto che ormai poco ha da condividere col vecchio proverbio locale che lo accomuna ai due paesi limitrofi: “Lucchio, Vico e Limano, di tre paesi non resta niente in mano”, motto nato nel momento di massimo abbandono di queste zone, dettato forse dalla gelosia per le bellezze naturali e storiche celate in questo triangolo di abitati che tanto possono donare a chi possiede sufficiente curiosità per arrivare fin lassù.

 

 

Leonardo [Leofalco]

leonardo@biomototurismo.it