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“Finalmente,
la mia moto, ce l’ho e ci sto andando a giro! Adesso le distanze non sono
più un problema, posso esplorare posti mai visti, anche se a pochi passi
da casa, le vie sterrate non saranno un limite alla mia voglia di vedere
nuovi posti, anzi, un incentivo!”
Questi e mille altri pensieri affollavano briosi la mia mente in quel
giorno d’autunno inoltrato del ’93, mentre con il mio Beta Mx 50
percorrevo le vie della Valleriana che portano su ai monti della svizzera
Pesciatina, alla ricerca di strade ancora non conosciute. Toccavo con mano
per la prima volta la voglia di conoscere, la possibilità di evadere dai
limiti della quotidianità, lo stupore immenso nel vedere nuovi luoghi
della mia terra nativa, e oltre, finalmente! Ogni occasione era buona per
uscire di casa e andare, dove? non lo sapevo, sapevo solo che dovevo
montare in sella e andare. Incominciavo a capire che là fuori c’era una
marea di cose da scoprire e avevo deciso di farlo in sella alla mia moto.
Entravo così a far parte della grande famiglia dei “motociclisti”, e ne
ero estremamente fiero, non tanto per aver conquistato un’etichetta,
questo concetto sarebbe arrivato dopo, ma per le possibilità che questo
poteva offrire al me adolescente. Mi sentivo motociclista perchè col mio
giaccone militare e gli stivali neri viaggiavo ovunque, per diletto e per
necessità, quello era il mio unico mezzo, usato in ogni situazione e
condizione, non come quelli che si sono piegati alla comodità dell’auto e
magari usano la moto solo la domenica per fare 50 chilometri e via a casa
che è freddo.
In questa mia visione epica e ancora non ben definita del motociclista
chiaramente il massimo rispetto andava a coloro che potevano vantare ormai
anni di consolidata pura passione motociclistica, immaginavo quello che
loro potevano aver visto in tutto quel tempo trascorso in sella!
Quel giorno ero proprio assorto nei miei pensieri liberati dallo scorrere
dell’asfalto sotto la ruota anteriore che vedevo bene al di là del piccolo
cupolino, quando un centauro vestito di nero mi sorpassò sul suo grosso
cavallo d’argento. Non avendolo notato dallo specchietto mi prese di
soprassalto e mi venne d’istinto di voltarmi e guardarlo in viso, dietro
la sua visiera semiaperta. Anche lui mi stava guardando durante il
sorpasso, mi sembrò quasi che il suo sguardo approvasse il mio essere
centauro, non capii bene, ricordo solo che lo vidi sfilare al mio fianco e
infilarsi nelle curve avanti a me con armonia di guida per me impensabile;
“però davvero affascinante”, pensai!
Mi venne spontaneo ammirarlo e ambire quel suo modo d’essere, io che
ancora un modo d’essere ben definito non ce l’avevo, era sicuro e
determinato nella guida, al contempo fluido e leggero, quasi non toccasse
a lui, bello davvero quel momento.
Ricordo bene come il mio io in quegli anni fosse in balia dei venti e dei
momenti, in continua ricerca di un modello da seguire e da imitare,
carente di basi solide fatte di esperienza sulle quali poggiare un cammino
indipendente, quel cammino che mi ha trascinato per mille strade.
Ma sempre imperturbabile è rimasta in me la passione per le due ruote, sia
pur traviata come il mio percorso personale.
Piano piano allo stupore e alla scoperta dei primi tempi si affiancò il
bisogno di identificarsi in qualcosa, alla ricerca di una stabilità che di
volta in volta mi sfuggiva di mano quando pensavo di averla acciuffata,
non capendo quali dovevano essere gli obbiettivi reali.
Intanto la mia passione si era affinata, incominciai a trovare sempre più
piacere nelle moto di altri tempi e meno in quelle da “branco”. Cambiarono
le esigenze e cambiai moto, cilindrata più grossa, alla ricerca di
qualcosa di più prestante, alla ricerca di luoghi ancora più lontani, alla
ricerca.
Con la mia nuova vecchia moto ho girato si, molto, ma molto sono stato
fermo in bella mostra, cercando l’approvazione altrui, ancora erano acerbi
i tempi.
Però nel frattempo incominciai a provare un gusto nuovo, il piacere della
guida cominciava a coinvolgermi complice il mezzo che sapeva darmi e
perdonarmi, in cambio chiedeva tante cure e io con piacere gliele davo. Le
mie attenzioni furono ripagate dal quattro tempi del mezzo che mi fece
scoprire il freno motore e il gusto di pennellare le curve, anche se con
la dovuta calma.
Arrivò poi la necessità di viaggiare in due e per tragitti medio lunghi,
il nuovo passaggio di moto mi portò in sella ad una enduro stradale che mi
fece compiere un altro importante passo verso una guida ancora incompleta
ma che pian piano si faceva più interessante e vivace, a volte anche
troppo, nel tentativo di soddisfare ancora una volta la volontà di seguire
quello che in realtà non ero. Troppe volte sono rientrato in garage col
peso sulla coscienza di essere tornato a casa più per fortuna che per le
mie gesta. Spesso mi sono interrogato se non fosse il caso di abbandonare,
le sensazioni negative legate alla moto erano divenute maggiori di quelle
positive, non riuscivo più trovare le motivazioni per continuare a
viaggiare, il mio viaggio si stava stallando perché non ero io che
guidavo, ma gli altri, ancora l’indipendenza dagli schemi non era
arrivata.
Sempre più la moto rimaneva a casa, il tempo libero preferivo spenderlo in
altri modi, modi che mi facessero riassaporare per altre vie quella
ingenua voglia di scoperta di tanti anni prima, ormai perduta.
L’estremo tentativo di ritrovare vigore nella mia antica passione mi
condusse a seguire l’istinto e portò in casa mia un nuovo mezzo, anche se
a detta di tanti era strano, quasi incomprensibile, non classificabile, ma
per la prima volta incominciai a capire che quello che piaceva a me aveva
un valore più importante dell’opinione altrui, per cui probabilmente aveva
più senso seguire il mio intuito piuttosto che lo schema prefissato. La
luce della ragione cominciò lentamente a dare forma e volume alle mie
necessità, incominciavo a sentirmi come allora nel ‘93, di nuovo liberato
dai limiti imposti e libero di seguire solo la voglia di viaggiare e
scoprire, parola che ormai ha assunto un significato più conscio e
profondo, si scopre quello che c’è fuori si scopre quello che c’è dentro.
È come se da allora fosse cominciata la mia nuova adolescenza.
La nuova moto, grigia metallizzata e alta, mi ha aperto nuove frontiere,
anche grazie a lei ho compreso che se si guida col cuore e si cerca la
fluidità si trova l’Emozione, se si cerca la mera prestazione al limite ci
si può divertire ma alla fine si dimostra solo la nostra impotenza, e
niente emozioni vere. La strada è la nostra e non è giusto calcare quella
altrui, ognuno di noi ha il dovere di crearsela a proprio gusto e
piacimento.
Anche oggi come allora mi piace ripercorrere le vie della Valleriana, mi
ricordano quegli albori inesperti e puri, e ora che mi sento di riviverli
in qualche modo mi viene voglia di passarci più spesso, pure ieri sono
passato di là per allungare un po’ la via per casa. Mentre mi divertivo a
interpretare la strada è successo qualcosa di strano, come in un dejavu mi
sono trovato davanti un ragazzo sul suo piccolo cross verde,
improvvisamente mi sono sentito coinvolto dalla sua stupenda ingenuità,
viaggiava tranquillo sulla sua moto e si guardava intorno stupefatto, una
giacca qualunque addosso, pochi fronzoli e tanta voglia di andare. Nel
sorpassarlo l’ho guardato e l’ho ammirato, anche lui mi guardava sorpreso
dal suo casco bianco, e ho capito perché, io non ho potuto far altro se
non passare avanti infilandomi nelle curve successive come ora mi piace
fare, mi sono accorto che il groppo saliva in gola, ma ormai sono sulla
strada, la mia strada, tutto quello che mi resta da fare è guardare avanti
e percorrerla come meglio mi è concesso di fare.
Leonardo [Leofalco]
leonardo@biomototurismo.it
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