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“Bello
il posto, vero????” La solitudine ed il silenzio che fino ad un istante
prima parevano
indissolubili vengono rotti improvvisamente da una voce maschile al
tempo stesso sicura e gentile che proviene dalle mie spalle; una
presenza, quella che mi si para davanti non appena mi volto, che
tecnicamente non risultava plausibile visto che pochi istanti prima
avevo effettuato il giro del mausoleo senza accorgermi di nessuno che
risalisse il pendio o che fosse già nei pressi del monumento, ma di
certo da qualche parte era arrivato.
Cosi come vi
ero arrivato io da qualche minuto, finalmente al cospetto di quella
architettura commemorativa di un evento tanto celebre quanto importante
per la cultura storica delle terre toscane, ma che mai avevo visitato,
pur avendo percorso centinaia di volte la strada che si snoda al suo
cospetto e che, senza tanto clamore ma con tanta suggestione, mette in
comunicazione i Colli del Chianti con le erosioni delle Crete Senesi
“Chiedo venia
se l’ho spaventata arrivandole così alle spalle senza farmi sentire
signore, non era mia intenzione” continua cordialmente la giovane
persona che si ferma al mio fianco dopo aver lasciato alle nostre spalle
la solenne figura della piramide per tornare ad ammirare la tranquilla
immobilità della breve pianura sottostante e dei morbidi pendii che la
interrompono irregolarmente verso l’orizzonte.
Normalmente
dovrei risultare infastidito da una presenza umana intervenuta al
turbamento del delicato equilibrio instaurato tra me e il paesaggio
circostante, unicamente teso alla “comprensione” dei fatti che hanno
legato per sempre il nome di Monteaperti alla storia tentando di andare
oltre il puro fatto storico, certamente importante, e la magnificazione
delle cavalleresche gesta, perché le battaglie non sono solo fatte di
nobili cavalieri ed onorevoli propositi ma anche e soprattutto di fanti,
di oscuri soldati che spensero dolorosamente il loro ultimo gemito nel
freddo abbraccio della terra spesso, quasi sempre ieri come oggi, per
cause che non sono nemmeno le loro.
Ma
stranamente la solida ed atletica sagoma non sembra in alcun modo
turbare ne le mie riflessioni ne l’atmosfera fino a quel momento
respirabile.

“Certo che è
difficile immaginare quello che è successo davvero quel tragico giorno,
probabilmente impossibile andare oltre la classica visione dei fieri
cavalieri ch e
si fronteggiano con le loro lucenti armature in sella a
neri destrieri sotto i quali sia agitano migliaia di sacrificabili
comparse, eppure pochissimi erano i Signori come tanti erano i fanti
che versavano il loro sangue ed urlavano il loro dolore, perché pensare
solo ad immedesimarsi in ciò che molti non sarebbero stati??”
Sorpreso da
affermazioni che sembrano leggermi non solo nel pensiero, osservo il
volto fermo che, perso nella contemplazione del paesaggio, si adorna di
un piacevole sorriso,
Il sole
prossimo al tramonto scalda i colori del quadro che osserviamo con
tranquilla avidità, ma la immobile scena adesso sembra tremolare nel
sovrapporsi della irrequieta illusione, nella visione di ciò che fu e
che nella terra ha impresso la sua essenza, terra che sembra voler
raccontare di quando la follia la sconvolse un giorno di estate di
secoli fa e migliaia di uomini si affrontarono per soddisfare la sete di
potere dei grandi condottieri e nobili Signori indiscussi primattori
della scena politica e militare di quel grande teatro che fu l'Europa
del XIII sec.
E' infatti a
partire dal 1200 che la conflittualità tra Guelfi e Ghibellini trova il
suo apice con la identificazione delle città di Firenze e Siena come
roccaforti dei rispettivi schieramenti, in palio nella sanguinosa
contesa il potere economico e politico che suggeriva scenari ben più
ampi del semplice scontro tra le due vicine città per il controllo dei
traffici economici ed il prestigio delle famiglie reggenti.
La causa
ufficiale dell’inevitabile scontro di Monteaperti fu il mancato rispetto
da parte di Siena del divieto di accogliere al suo interno chi fosse
stato bandito da Firenze, divieto che nel caso degli esuli Ghibellini
essa non poteva rispettare a causa del patto di mutua assistenza
precedentemente siglato.
Fu così che
il 2 settembre 1260 i Guelfi, che nel frattempo avevano conquistato due
importanti roccaforti Ghibelline come Montepulciano e Montalcino e
tentato un primo assedio alla città nel maggio subito reso vano
dall’attacco delle forze Senesi, inviarono due ambasciatori a Siena per
invitarla a quella resa che la città del palio avrebbe sdegnosamente
rifiutato, forte della presenza nascosta di alcuni fedelissimi tra le
file Guelfe come il celeberrimo Farinata degli Uberti.
Guelfi
Fiorentini e Ghibellini Senesi non erano soli sul campo di battaglia che
si stava preparando, gli interessi in gioco erano ben più alti,
l’alleanza Ghibellina infatti vedeva coinvolta, oltre alle città di Pisa
e Arezzo, la attuale reggenza Sveva rappresentata da Manfredi, figlio
dello scomparso Federico II di Svevia e imperatore della stessa casa;
dalla parte Guelfa erano invece rappresentati gli interessi del Re di
Francia e quelli velati del Papato.
Fu grazie ad
un accorta strategia ma anche e soprattutto al tradimento avvenuto
improvviso all’interno delle file Guelfe che alla fine del 4 settembre
1260 dopo lunga e sanguinosa battaglia le milizie Ghibelline misero in
fuga l’esercito Guelfo, la perdita dello stendardo caduto con il moncone
della mano del vessillifero tranciata dal fiorentino Bocca degli Abati
segnò l’inizio della disfatta dei Guelfi ai quali attaccati
contemporaneamente su più fronti non restò che la fuga.
Osservo con
la coda dell'occhio il mio improvvisato compagno, marziale nella sua
postura che sembra per un attimo tradire una infinta stanchezza così
come l'ombra che improvvisamente ne sconvolge i tratti cancellandone la
gioventù e trasfigurando il suo sorriso in una dolorosa smorfia, i miei
ricordi adesso sono i suoi.....


“lo
strazio e 'l grande scempio che fece l'Arbia colorata in rosso”
Oltre 10.000
furono i morti di parte Guelfa inseguiti dalla furia Ghibellina e
massacrati fino al sopraggiungere della notte, carne senza nome contro
carne senza nome, Cavalieri vittoriosi che ordinano la carneficina ebbri
di odio e di follia, 16.000 invece i prigionieri che furono fatti
sfilare per le via di Siena esposti allo scherno della popolazione.
Siena
raggiunge così il massimo splendore politico paradossalmente nello
stesso momento in cui inizia la sua inarrestabile parabola discendente,
la scomunica Papale che immediatamente colpì i Ghibellini ne erose
progressivamente il prestigio ed il potere economico e mentre la voglia
di vendetta raggiunge il suo apice con la volontà di radere al suolo,
dopo le abitazioni degli sconfitti, la stessa città di Firenze presa il
27 settembre 1260, (con fatica scongiurata dall’intervento di Farinata
degli Uberti) i Guelfi si organizzavano per il ritorno al potere.
La vittoria
Senese si rivelò ben presto più un episodio che un fatto significativo
per la modifica stabile degli equilibri di potere, pochi anni più tardi,
nel 1269, infatti la fazione Ghibellina fu sconfitta nella battaglia di
Colle e da quel momento potere Guelfo torno a governare.
Respiro
profondamente l’aria che avvolge il panorama di nuovo
tranquillizzante per poi osservare il volto di nuovo rilassato della
evanescente presenza al mio fianco ed ascoltare le sue parole.
“Orribile
vero?? Non esiste solo una realtà, esiste ciò che si vuole vedere e ciò
che si vuole ascoltare, le battaglie hanno certo rappresentato motivo di
gloria e di prestigio per i condottieri ma nulla di tutto ciò è mai
stato conferito ai veri attori della tante carneficine che hanno
sottolineato il nostro percorso storico, ed un tempo almeno i
condottieri avevano l’obbligo di essere i primi a lanciarsi nella
mischia…”
Ancora una
volta i suoi pensieri sono i miei ed ancora una volta prima che possa
concretizzare la domanda che nasce inarrestabile egli mi risponde:
“Chi sono
Messere?? se questo avvenimento seguisse la trama di qualche film lei
potrebbe illudersi di essere sicuramente al cospetto del nobile
cavaliere tedesco Gualtieri d'Astimbergh che lancia in resta si gettò
per primo nella mischia, o magari di Aldobrandino Aldobrandeschi o di
chissà che altro invincibile Cavaliere, ma se lascia alla sua
immaginazione il compito di correre libera spogliandosi dai
condizionamenti e delle manipolazioni di cui da tempo siete vittime,
saprà riconoscere chi io sono senza dubbio alcuno.
Io sono il
niente, io sono carne da macello, io sono una apparizione senza gloria e
senza onore, sono il grido di dolore che si sperde tra mille nella
notte, sono il sangue del quale anche il sommo poeta narra, sono la
carne che calpestano insensibili gli zoccoli dei cavalli, sono ciò che
ma ha avuto diritto a che mai avrà onore, polvere che torna polvere
senza che la storia ne narri le gesta ne onori la vita.
Io
sono voi, io/noi siamo la storia.
Improvvisamente di nuovo solo, come del resto sempre ero stato in quei
minuti, osservo il sole di fine estate spegnersi lentamente dietro i
colli come lentamente si sopisce la mia suggestione, un breve alito di
vento agita i bassi steli erbacei prima che tutto torni rispettosamente
immobile, prima che il rombo della mia moto turbi per un breve momento
il religioso silenzio, prima che il calore del tramonto abbracci il mio
corpo e rimuova il freddo che per un instante infinitesimale ha
impugnato la mia anima.
Oggi 6 giugno 2009, 749 anni dopo la tragica notte in cui il cielo
pianse all'ascolto degli struggenti lamenti delle migliaia di anime che
a lui salirono e la terra e le acque ne bevvero il sangue
Gabriele [freevax]
gabriele@biomototurismo.it |