Dopo tante ricerche e tante sbucciature causate dalla esplorazione di boschi e fitte macchie sono finalmente riuscito a trovare Cetamura, risultato ottenuto, onestamente, grazie anche e soprattutto ad una mail che mi ha suggerito tracce ben più consistenti di quelle a mia disposizione e che mi ha indicato la dislocazione effettiva delle rovine di Cetamura in base a riferimenti similari a quelli a mia disposizione che troppo si prestavano ad erronee interpretazioni.

E’ anche ovvio che il raggiungere dette antiche vestigia sia assolutamente più facile di quanto io immaginassi e meno “pericoloso” di quanto abbia effettivamente verificato nelle mie precedenti ricerche, bastano infatti poche centinaia di metri di facile camminata, dal luogo dove si parcheggia il mezzo sulla strada che da Coltibuono porta a Radda, per arrivare nella radura collinare dove si estendono le rovine della antica città.

La croce in legno posta a fianco del nastro di asfalto, indicazione primaria per la identificazione della zona ha una sua gemella posta sulla collina poco più ad est, fonte principale della mia erronea interpretazione delle indicazioni.

Non è onestamente molto quello che nella zona degli scavi si possa osservare e che possa servire a ricostruire mentalmente la fisionomia della cittadina Etrusca, ma non è questa la cosa più importante come si può rilevare da una approfondita ricerca in rete o cartacea.

Sembra infatti che Cetamura possa contribuire in modo sostanziale alla comprensione della cultura Etrusca in conseguenza ad una sua struttura sociale ed abitativa fatta di gente comune e di forza lavoro poco incline quindi a quelle contaminazioni esterne che invece tanto sembrano avere fatto presso le classi più agiate della struttura sociale Etrusca e nelle città più rappresentative città del territorio Etrusco. 

 

 

 

 

La SS429 nel punto di parcheggio Il sentiero nel bosco Le rovine

 

Molto più significativo di tante mie considerazioni citare un sunto delle considerazioni di Nancy T. de Grummond della Florida State University, che ha lavorato per molti anni a Cetamura contribuendo in maniera determinante al suo recupero dall’oblio del tempo.

 

Cetamura del Chianti risalente al periodo etrusco è un luogo che deve essere considerato in base a criteri del tutto peculiari. Durante tutta la sua storia fu occupata da gente comune , per lo più di umile estrazione, che viveva all’interno di un sistema campestre. Dei manufatti ivi recuperati, il 99,9% sono frammenti o in qualche modo risultano incompleti. Di conseguenza Cetamura non dovrebbe essere oggetto di studio per ritrovamenti spettacolari o perché capace di dirci qualcosa delle élites etrusche famose grazie alle loro tombe, ai dipinti monumentali e ai beni di lusso importati.
Il valore di questo luogo in quanto sito archeologico, risiede piuttosto in ciò che rivela della parte lavoratrice di una popolazione che sembra relativamente immune da influenze esterne, e sotto questo aspetto, capace di conservare e descrivere meglio l’assenza dell’identità etrusca.
Questa mostra si concentra sul nesso particolarmente evidente che lega pratiche e concetti risultanti dall’ubicazione di un quartiere di artigiani adiacente ad un santuario, con rituali di culto molto sviluppati e, allo stesso tempo, osserva l’ambiente e il contesto storico di Cetamura.

 

Le rovine


Non è un fatto sconosciuto altrove che artigiani officiassero un santuario, ma a Cetamura scopriamo che probabilmente erano gli artigiani stessi a produrre molte delle semplici e umili offerte. Oro e argento sono quasi completamente essenti e, parimenti, le comuni offerte votive come piccoli bronzi stilizzati e le terrecotte fino ad ora mancano. Al contrario molte delle offerte sembrano indicare un’abilità specifica. I numerosi chiodi in ferro e altri manufatti in ferro (anelli, uno strigile, un ipotetico supporto per candelabrum) con tutta probabilità sono tracce della produttività così come delle preghiere che assicuravano la continuità del successo degli stessi artigiani che fondevano il ferro e ne lasciavano i resti in prossimità del santuario. I mattoni in miniatura dovrebbero essere offerte fatte apposta ad opera degli artigiani della vicina fornace dove venivano prodotti mattoni e tegole…

 

Gli scavi archeologici ora ricoperti


Molte delle scoperte fatte a Cetamura durante gli ultimi 45 anni, da quando il sito è stato esplorato per la prima volta da Alvaro Tracchi, possono ora essere meglio comprese considerando l’esistenza di fatto di una specie di “sistema” su questa area del sito, dove è plausibile che i manufatti avessero significato sia di testimonianza di produttività che di culto, dove le cisterne fornivano acqua sia per i riti religiosi che per l’attività di produzione, dove semplici frammenti con iscrizioni di un recipiente da cucina, o persino un recipiente pieno di ceci cotti, riescono a suggerire il contesto sociale vigente di una classe la cui risorsa principale consisteva nella produttività quotidiana e che sentiva il bisogno di assicurarsi la protezione divina per il proprio lavoro.

Nancy T. de Grummond

Florida State University

 

Oltre a queste importanti considerazioni sembra che Cetamura possa anche contribuire in modo definitivo alla attribuzione di nascita del toponimo “Chianti”, è possibile infatti che in detta denominazione si possa riconoscere un idronimo quale logica evoluzione della parola Clanis con la quale gli Etruschi appellavano il piccolo corso di acqua che qui nasceva per poi gettarsi nell’Arbia (con Clanis gli Etruschi chiamavano anche altri fiumi, come quello che in antichità attraversava la valdichiana oppure quello situato in Campania nella zona di Avellino.).

Il riconoscimento definitivo di questa origine toponomastica fornirebbe anche maggiori e più concreti argomenti a chi, da tempo, rivendica una definizione del territorio Chiantigiano ben più ristretta di quella attuale, anche rispetto alla sola zona del Gallo Nero, fondamentalmente incentrata su gaiole in Chianti e la cresta montuosa che la separa dal valdarno tagliando fuori anche Greve in Chianti.

Certo sembra essere invece l’appellativo con il quel questa popolazione sembra si riconoscesse grazie ad una iscrizione che è stata ritrovata proprio a Cetamura e che tradotta significherebbe proprio Chiantigiano : CLVTNI.

Appare quasi scontato quindi a fronte di queste, ma anche di tante altre, testimonianze ritrovate nel territorio del Chianti lasciateci dall’antico popolo, attribuire la nascita del toponimo a noi tanto caro a quegli antichi e misteriosi abitanti di queste zone che in larga parte di Italia si espansero fino creare un potente impero: gli Etruschi.
 

Da segnalare infine, la possibile osservazione dei reperti rinvenuti a Cetamura all'interno del museo situato presso il Centro di Informazione Turistica di Gaiole in Chianti

 

http://www.chiantinet.it/archeologia/cetamura/welcome.html

http://classics.fsu.edu/cetamura/

 

 

 

Gabriele [freevax]

gabriele@biomototurismo.it